ARCHIVIO DIGITALE

 

LE CANTE ROMAGNOLE

“Un meraviglioso repertorio in dialetto”

a portata di click per tutti gli amatori di questo genere musicale

 
Il progetto di digitalizzazione delle Cante Romagnole è stato pensato e creato per permettere agli appassionati, agli studenti ed a chiunque operi nella musica … per scopi didattici, di ricerca o semplicemente per amore di questo genere musicale tradizionale, di poter usufruire di tutto il materiale musicale in vari formati.

L’archivio digitale è una libreria musicale dove trovare, per ogni “canta” i testi, gli spartiti ed i file audio e video. 


LE ORIGINI DELLE CANTE ROMAGNOLE

Canterini Romagnoli Pratella-Martuzzi di Ravenna attingono principalmente (con alcune piccole eccezioni) al repertorio “classico” delle Cante Romagnole, un patrimonio meraviglioso, prevalentemente in dialetto romagnolo, nato per festeggiare e rallegrare il lavoro nei campi, la vita, l’alternarsi delle stagioni … in poche parole le tradizioni della terra di Romagna! Un genere tradizionale che non ha niente a che fare col liscio o con la musica da balera, che ha reso la Romagna tanto celebre in tutto il mondo.

La voce dei contadini come patrimonio culturale della Romagna

Queste cante sono nate agli inizi del 1900 sulla scia delle prime produzioni poetiche dialettali del poeta e medico Aldo Spallicci (1886 – 1973), musicate dall’amico Cesare Martuzzi (1885 – 1960) ed eseguite rigorosamente “a cappella” da cori di voci, inizialmente solo maschili. La prima canta romagnola con testo d’autore fu “La Majé, eseguita per la prima volta a Bertinoro (paese natale di Spallicci) nel 1910 e pubblicata due anni dopo. Aldo Spallicci scrisse del Martuzzi, che dapprima era stato restìo a brani di questo tipo per non essere classificato come “folclorista”:“Attraverso il suo temperamento di musicista lirico, i ritmi della canzone classica di popolo sono passati come brividi in un’arpa e ne è venuta la “canta nuova”, la canta che parve in sulle prime raccolta dalla viva voce popolare, tanto ne era fedele il senso e la linea, la canta che, appena levata, spiega il cielo e l’anima di Romagna”.

L’altro grande padre delle cante romagnole fu Francesco Balilla Pratella (1880 – 1955) il quale, nonostante fosse studioso e teorico della musica “futurista”, fu importantissimo ricercatore e conoscitore del folclore della sua terra. Sua è la trascrizione ed armonizzazione della celeberrima “Gli Scariolanti” (in lingua italiana), canta di lavoro che narra dei famosi operai che, con le loro carriole, lavoravano la terra e soprattutto manutenevano gli argini dei fiumi. Pratella raccolse un vero e proprio patrimonio culturale direttamente dai campi, dalle voci dei contadini e degli abitanti dei paesi che, cantando, mantenevano vive antiche melodie e stornelli popolari. A queste “memorie” diede nuova vita e, con l’intento di non copiare da composizioni preesistenti e, anzi, quale evoluzione originale delle stesse, creò nuove melodie, armonizzazioni e polifonie moderne per coro, questa volta a voci miste maschili e femminili, regalandoci molti tra i più emozionanti brani della cultura della nostra terra.

Sia Pratella sia Martuzzi ebbero modo di conoscere il compositore e direttore d’orchestra Pietro Mascagni (1863 – 1945), dal quale trassero molta ispirazione per le loro composizioni. Pratella ne fu allievo al Conservatorio di Pesaro e Martuzzi ne fu amico e condivise con lui una tournée in America (interrotta in anticipo a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale). I due musicisti e compositori collaborarono anche negli anni a seguire, componendo varie opere, ma creando spesso arrangiamenti per coro diversi, in quanto contraddistinti dallo stile personale che entrambi amavano imprimere, pur senza perdere di vista lo stesso obiettivo, ovvero di rimanere legati ad un linguaggio semplice e comprensibile alla gente comune, protagonista e pubblico delle cante stesse.

Le cante romagnole sono un vero e proprio genere musicale, non solo un ricordo di epoca passata: anche il compositore, musicista, cantante e direttore di coro Angelo Creonti (1915 – 2009), in epoca successiva ai suoi predecessori, diede il suo memorabile e significativo apporto tramite brani apparentemente semplici ed orecchiabili, ma che allo stesso tempo richiedono al coro grandi capacità esecutive. Tra le varie, sua è la celebre “Tott um arcorda te”.

Un altro importante protagonista è Guido Bianchi (1912 – 1994). Musicista e didatta formatosi presso l’Istituto G. Verdi di Ravenna sotto la guida di Francesco Balilla Pratella, che da subito ne comprese le eccellenti doti, ebbe una fervida attività compositiva di cante romagnole. Sua è la nota raccolta “I dodici mesi dell’anno” su testi di Rino Cortesi.

Rino Cortesi (1905 – 1977), poeta squisito dall’animo istintivo e geniale, oltre a novelle, racconti e commedie, prestò le proprie parole a molte cante romagnole, sempre ispirato dall’amore per la sua terra e per la sua gente, di cui ne interpretò l’animo e ne colse umori e colori. Dall’amicizia fraterna con Guido Bianchi nacque un importante sodalizio di cui le cante sono testimonianza. Oltre alla suddetta raccolta, da citare tra le tante “La mi Cuclì” dedicata al suo paese natìo.

SOBRIE ED ESSENZIALI, LE CANTE ROMAGNOLE SONO
UN PATRIMONIO DA SALVAGUARDARE

Le cante romagnole sono equamente figlie della tradizione popolare e della lirica, seppur distinguendosi da quest’ultima per il carattere più sobrio ed essenziale, che permette ai cantori maggiore facoltà creativa ed esecutiva, svincolata dal rigore e dalle convenzioni della musica colta. Quella musica popolare che, anni fa, era guardata quasi con disappunto dai cultori della musica “nobile”, rappresenta oggi un patrimonio da salvaguardare, coltivare, rinnovare e, soprattutto, da rivalutare.
 
 
Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta
e il battito del cuore di chi ascolta
(Khalil Gibran)

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T-..-ACH NÒTT AD MARAVÉJAA. CreontiF.X. Gruber---
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T-..-I TRI CULÙR DAL CAMINÉ---F. Balilla Pratella
T-..-IL LAMENTO DI UN CARCERATOB. Carioli
B. Carioli
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